Due spicci. Zero ce hai fatto piagne n’altra volta

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di Laura Salvioli
Laura Salvioli

Il 27 maggio è uscita su Netflix l’ultima serie di ZeroCalcare, il noto fumettista romano, che dopo “Strappare lungo i bordi” e “Questo mondo non mi renderà cattivo”, ci regala la sua ultima serie, forse la più amara e adulta. Anche la durata è più impegnativa, si tratta, infatti, di una serie composta da otto episodi, più lunga, quindi, rispetto alle precedenti. Inoltre, anche la trama risulta più complessa, seppure sia sempre caratterizzata dai tratti distintivi che conosciamo: sarcasmo, ironia amara ricca di iperboli e una parlata romana che va dritta al punto. Anche lui stesso ha dichiarato che è la serie di chiusura della sua trilogia. Come nelle serie precedenti la narrazione è molto densa, piena di riferimenti, così concentrata che sarebbe da rivedere due volte di seguito per coglierne tutti gli elementi. La trama si incentra su Zero che, in società con cinghiale, apre un bar, sono vecchi amici, e cinghiale è sempre apparso agli occhi di Zero come “l’amico fico” che sa “stare al mondo” a differenza sua che, si sente sempre inadeguato. L’attività è modesta ma Zero comincia notare delle mancanze sui conti, e, nel frattempo la sua amica Sarah gli chiede di ospitare una loro vecchia conoscenza, Smeralda, che è invischiata in una relazione violenta.

Ci sono dei tratti autobiografici, infatti, Zerocalcare è effettivamente coinvolto in un progetto di ristorazione che si chiama Osteria Sauli, locale aperto a Roma, nel quartiere Garbatella. Progetto partito nel 2025 che, però, ha poco in comune con il bar della serie, che è un semplice bar di quartiere.

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Ovviamente, non è importante quanto la storia sia fedele o meno alla realtà perché ciò che conta è che ZeroCalcare sia riuscito, come sempre, a parlare a tutti noi millenials come nessun’altro. Ha toccato temi, se vogliamo, ancora più intesi, almeno per me, rispetto alle altre stagioni. Ad esempio: di responsabilità, relazioni tossiche, amicizie che cambiano forma, debiti, paura della vita adulta e difficoltà di restare fedeli all’immagine che si aveva di sé a vent’anni. Si nota la volontà di chiudere un cerchio ancora più stretto attorno alla nostra generazione. Noi che abbiamo vissuto i magnifici anni ’90 pieni di promesse, che, poi, sono state tutte disattese, o quasi. Noi che credevamo che a 30 anni avremmo avuto casa figli e famiglia ed invece, ci ritroviamo ad arrancare per avere un futuro decente. Ecco Zero riesce a spiegare lo stato d’animo inspiegabile in cui noi quarantenni ci troviamo. Come per noi sia difficile, essendo una generazione di mezzo, trovare il nostro posto nel mondo. E ce lo racconta senza mettersi sul piedistallo dell’arista che ti rivela il segreto della vita, ma come uno di noi, che non è “sopra” di noi ma è “accanto” a noi. Se siete alla soglia dei quaranta come me, piangerete, ma di un pianto bello, un pianto liberatorio, di chi si sente finalmente capito.

 

 

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