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martedì, Novembre 29, 2022

“Blow Job” di Andy Warhol. L’estasi profana di Santa Teresa D’Avila proposta da Andy Warhol

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di Giuseppe Sciarra
Il 1964 fu un anno cruciale per gli Usa, il governo statunitense deciderà di dichiarare guerra al Vietnam, dando il via a una carneficina insensata che porterà a quattro milioni di vittime tra civili e soldati americani, accelerando però un processo di cambiamento che avrà il suo exploit nel 1968 con le contestazioni studentesche, vera e propria presa di coscienza di quella generazione di giovani che hanno fatto della rivoluzione pacifista, sessuale, femminista, black, lgbtqi e politica la loro risposta a secoli di asservimento al repressivo e conformista universo degli adulti regolato dalle ferree leggi del patriarcato, della religione e degli ordini sociali. In questo contesto di grandi cambiamenti e di rigido perbenismo di matrice medievale si affaccia l’artista Andy Warhol con la sua factory, un gruppo di emarginati e di artistoidi fuori dagli schemi capaci di rivoluzionare la cultura attraverso la loro irriverente e sovversiva performance art che dissacra i valori borghesi e rispettabili del decennio precedente, gli stucchevoli anni ’50.

Warhol e la sua brama di sperimentarsi come essere umano (e di sperimentare) coi suoi seguaci ogni espressione artistica non poteva non approcciarsi anche al mezzo cinematografico per attuare la sua ricerca di un’arte che non rinnega il vecchio ma lo ricicla dandogli nuova enfasi e senso di essere regalando alla settima arte un cinema eccentrico, d’avanguardia, molto vicino alla nouvelle vague francese e al free cinema britannico ma decisamente più estremo e audace. Blow Job di quel fatidico e maledetto 1964 ne è l’esempio più sfolgorante e evidente.

Una macchina da presa fissa segue il primo piano dell’attore Deveren Bookwalter intento a farsi fare un pompino da uno sconosciuto ( dicono che il fluffer della situazione sia l’attore Gerard Malanga assistente di Warhol e più in là futuro suo attore feticcio). Filmato in pellicola in 24 fotogrammi al secondo, il cortometraggio del genio della pop art è un tripudio al piacere preferito da gran parte degli uomini, la fellatio. Un piacere che Warhol vuole catturare nello sguardo gaudente e al contempo sofferto di Bookwalter. Blow Job è una specie di estasi profana della Santa Teresa D’Avila di Bernini; dove il confine tra piacere e morte è labile, un’irrinunciabile frenesia dei sensi per giungere all’orgasmo e avvicinarsi a Dio (se esiste).

Warhol cattura ogni momento di quello sguardo risvegliato dalla mistica dei sensi. Lo fa in un periodo in cui si contestava la segregazione razziale e dove l’omosessualità, prima delle rivolte di Stonwell era è doveva essere un fatto privato di cui vergognarsi. Un atto artistico, umano e politico quello dell’artista americano che nei suoi nove minuti di piacere come ogni gesto rivoluzionario che si rispetti è un gesto di liberazione non solo per l’artista ma anche per lo spettatore che viene messo nelle condizioni non solo di essere un voyeur, perchè Bookwalter più volte guarda in camera e sembra quasi suggerire a chi osserva, “ Sei tu che me lo stai succhiando!”

Essendo sprovvisto di audio vi riporto una playlist di brani indie rock che potete usare come sottofondo per guardare il Blow Job di Andy Warhol. Io ho visto il corto con questa musica ed è stato un pompino molto piacevole (Franz Ferdinand – Leaving My Old Life Behind; La Secte du Future – Future is Better; Beach House – Superstar; Jane Weaver – Heartlow; Sonic Death – Lsd; The Wytches – Digsaw).

 

(11 marzo 2022)

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