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lunedì, Giugno 24, 2024

Le visioni trascendentali di Maya Deren

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di Giuseppe Sciarra

Maya Deren, un nome magico e fondamentale della storia del cinema mondiale che ha saputo mescolare magnificamente nelle sue opere filmiche, fotografia, danza, psicanalisi, religione, esoterismo e filosofia. Una regista superba, geniale, fortemente femminista e antisistema. La scoprì per caso anni fa attraverso un cortometraggio surrealista che a mio avviso – e non solo mio – è tra i più bei film della storia del cinema, il misterioso e inquietante “Meshes of the afternoon” (1943) ispirato al libro tibetano dei morti e diretto e interpretato con l’ex marito Alexander Hammid.

Fu un colpo di fulmine istantaneo quella visione di un cinema fuori dagli schemi, anti narrativo, fortemente simbolico e allegorico che riproponeva con la settima arte il linguaggio enigmatico dei sogni, attraverso un viaggio allucinatorio post mortem della protagonista, interpretata dalla stessa Deren. Ero ancora un pivellino riguardo la storia del cinema e fu il cinema d’avanguardia di Maya Deren a fare da sparti acque per quella che da semplice passione avrei voluto diventasse la mia professione. Volevo girare film d’arte come lei infischiandomene dello stile classico ma proponendo le immagini del mio inconscio in modo archetipico davanti il potente obiettivo della macchina da presa. Posso dire che a darmi il là per fare cinema è stato soprattutto questo meraviglioso cortometraggio.

Ma che cosa di “ Mesches of the afternoon” attirava tanto la mia attenzione? “ Al di là della messa in scena e della fotografia, il breve film della regista ebrea di origine ucraina esercitava questo enorme fascino nei miei confronti perché era un ambizioso e riuscito tentativo di ricreare con la macchina da presa una dimensione altra, trascendente, in cui Deren tentava per mezzo del linguaggio cinematografico di creare un ponte tra il mondo dei vivi e dei morti, mettendo in scena la sua stessa morte attraverso un susseguirsi di situazioni reiterate fino al loro tragico epilogo.

Figure chiave di questa discesa nel proprio inconscio, una figura nera e oscura il cui volto è coperto da uno specchio e le chiavi della abitazione della Deren dove si svolge la vicenda, le quali ne determinano il destino e l’accessibilità a nuove consapevolezze per la sua anima alla ricerca di una soluzione finale nel suo tragitto in questo mondo. Riguardo la fascinosa figura nera di “Meshes of the afternoon” si è detto più volte che Maya Deren si fosse ispirata al libro tibetano dei morti, può considerarsi essa in effetti una sorta di “morte” inseguita da Deren più volte durante il cortometraggio come se ne fosse irresistibilmente attratta. Una particolarità di questa entità oscura è che porta in mano un fiore lo stesso fiore che ha in mano Deren all’inizio del film, simbolo di vigore e femminilità ma anche di transitorietà della vita.

Su Youtube circolano tante versioni di “Meshes of the afternoon”. Vi consiglio di cercare la versione con le musiche originali composta dall’ultimo marito di Maya Deren, il musicista Teiji Ito, le quali creano un’atmosfera talmente inquietante da risultare profondamente affascinante per contrasto nei confronti dello spettatore, un ipnotico mantra sonoro indispensabile per diventare Maya Deren e morire con lei.

 

(9 ottobre 2021)

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