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martedì, Aprile 16, 2024

Dahmer: gli impulsi primitivi di un uomo annientato dal dolore

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di Giuseppe Sciarra
Il male ci cerca e ci corrompe? No, il male non ci trova presentandosi un bel giorno alla nostra porta senza chiedere il permesso di entrare; il male è in noi e in ogni essere umano; siamo forgiati con lui nel ventre delle nostre madri. Il male e il bene sono la natura che è dentro e fuori l’uomo, e lo accompagnano in questo suo cammino sulla terra per educare la sua anima e guidarla verso la pace che riserverà la morte terrena.

I demoni per gli antichi greci erano creature intermedie tra terra e cielo, in grado di poter condizionare l’uomo verso il bene o verso il male. Il daimon greco a cui la cristianità darà solo una connotazione negativa privando l’uomo delle sua verità e di una parte di sé fondamentale non ci hai mai lasciato e mai ci lascerà, determinando ogni nostra azione in base ai nostri sentimenti e alla nostra capacità di accogliere il caos per dargli un senso che non ci sovrasti. A non tutti gli uomini è possibile gestire il proprio caos, non tutti riescono a non farsi sopraffare dalle voci negative che li accompagnano sin dalla nascita; possiamo essere umani o bestiali, sta a noi scegliere (o forse no).

Vedendo Dahmer – Il cannibale di Milwauke, su Netflix dallo scorso 21 settembre, non ci si può non interrogare sui demoni di Jeffrey Dahmer, l’uomo che trucidò ben diciassette innocenti; dei giovani ragazzi nel fiore della vita, torturati, smembrati, mangiati dopo essere stati sedotti – e i cui cadaveri per giunta sono stati anche fotografati e immortalati come trofei di un macabro voyeurismo. Dahmer appare come un uomo primitivo che necessita per sopravvivere di altre vite umane da sacrificare ai suoi dei o ai suoi demoni.

Il cannibalismo esiste sin dai primordi della storia dell’uomo. Stando agli studi antropologici un essere umano si ciba di un altro essere umano o in una situazione di cattività dove necessita di nutrirsi o a scopo rituale. Il cannibalismo rituale era diffuso in varie popolazioni. I melenesiani ad esempio lo praticavano sui defunti per acquisire le qualità dei morti, in Tanzania mangiare un albino significava acquisire poteri magici, in Africa la setta segreta degli uomini leopardo mangiava i propri nemici per accrescere la propria forza. Dahmer nei dieci episodi della serie che lo racconta mangia gli uomini che potrebbero amarlo o semplicemente regalargli piacere, dentro (e per) un vuoto esistenziale incolmabile, forse difficile da comprendere alla maggior parte di noi ma non da chi vive la vita nel dolore e nella disperazione. Quel vuoto può essere riempito solo da altre vite, questo gli suggeriscono i suoi demoni, quelli che è in grado di sentire perlomeno; Jeffrey Dahmer non riesce andare oltre i suoi istinti, ne è completamente dominato – come tanti altri uomini che magari non si danno al cannibalismo ma hanno bisogno di assoggettare a sé altre persone per ridestare la loro vitalità smorta e debole poiché incapaci di andare oltre.

Scritta dal genio di Ryan Murphy (che finalmente ha ritrovato vigore dopo alcune prove poco convincenti) e diretta da vari registi, la serie ha un ritmo lento, dilatato, sognante, dolce e brutale; appare come un sogno. Forse l’intenzione era quella di far sentire lo spettatore un po’ come le vittime di Dahmer e un po’ come il mostro stesso, immergendoci puntata dopo puntata in un sogno lucido e fiabesco dove il lupo cattivo è perennemente in agguato perché è il primo ad avere paura del mondo e degli altri uomini.

A discapito di chi la critica per la sua lentezza, Dahmer è un piccolo gioiello non adatto a chi concepisce opere audio visive come video games, imbastardito da un cinema mainstream veloce e schizzoide; al contrario chi vuole entrare nell’anima di una storia che vuole prendersi i suoi tempi per essere raccontata insegnandoci qualcosa sulla natura dell’uomo e sul dolore di vittime e mostri, lo apprezzerà. Notevoli le interpretazioni degli attori e in primis del sofferto protagonista, Evan Peters, semplicemente straordinario e di Andrew Shaver nel ruolo del fragile e disperato padre di Jeffrey che vorrebbe salvare il figlio ma in fondo non ha il coraggio di farlo, intuisce la sua oscurità sorda e non vuole farne parte.

 

(26 settembre 2022)

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