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lunedì, Giugno 24, 2024

“Sauvage”, di Camille Vidal-Naquet

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di Giuseppe Sciarra
Il cinema è una presunta finzione che a volte ci mostra la realtà semplicemente più da vicino con una bella lente di ingrandimento che si chiama macchina da presa, spesso lo fa con storie crude poiché il dramma e la tragedia sono terreni fertili per indagare meglio la vita nei suoi aspetti più autentici e sanguigni. Il terzo occhio di una videocamera può sviscerare, attraverso una buona sceneggiatura (ma anche senza averne bisogno), microcosmi scomodi che la società borghese da sempre preferisce non vedere e negare scoperchiando all’occorrenza il cosiddetto vaso di pandora con tutti i mostri che ne escono.

In Italia Pasolini, Caligari e pochi altri hanno saputo dare voce agli emarginati con storie maledette dove il lieto fine mal si conciliava con l’esigenza autoriale e umana del regista di raccontare la realtà per quello che è, e non per quello che dovrebbe essere. Cito il loro esempio perché l’Italia avrebbe bisogno di altri artisti coraggiosi di questa stazza per denunciare dei mondi che tutt’oggi sembrano lontani da un cinema sempre più intenzionato a raccontare i noiosi e mendaci drammi esistenziali della classe media o a vedere il sottoproletariato e il proletariato da una prospettiva radical chic o comunque rispettando le norme di distanziamento – piccola licenza poetica e provocazione che è un’amara verità.

Sauvage di Camille Vidal-Naquet è un film del 2018 presentato con successo alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes e alla Mostra del Cinema di Venezia; un film nel quale si supera quel limite tra realtà e finzione che qui in Italia rare volte è stato infranto, attraverso un attore magistrale, ex stella del mondo del porno, di nome Félix Maritaud, il quale si immerge totalmente anima e corpo – e il caso di dirlo – nelle strade polverose delle banlieue francesi in mezzo alle solite storie scomode e tristemente sempreverdi di un gruppo di ragazzi di vita che si prostituisce.

Vidal-Naquet dà al suo film un taglio documentaristico non solo nel suo stile sporco e imperfetto, grazie anche al lavoro del direttore della fotografia Jaques Girault che non risparmia allo spettatore né le scene di sesso esplicito – ad esempio con persone molto anziane – né quelle di violenza talvolta disturbanti; la macchina da presa sembra a volte pedinare il protagonista, stando attaccata al Leo di Maritaud. Grazie al taglio documentaristico di cui sopra viviamo così a stretto contatto con lui e con la sua vita quasi da barbone. Scioccante la scena in cui Leo beve dell’acqua da una pozzanghera o in cui viene penetrato da un oggetto con violenza. Leo è un martire col sorriso che vive la strada con la puerilità e la purezza di un Ninetto Davoli più ingenuo e più bello, a discapito del contesto spietato in cui si costringe a restare.

Nonostante subisca varie violenze, anche dall’uomo che ama, un altrettanto bello e bravo Éric Bernard, Leo non smette di sperare e di amare. Lo fa con una tenerezza disarmante e un amore per la vita superiore a qualsiasi crudeltà del mondo che lo circonda e che sembra aver smarrito la propria umanità o che forse molto più semplicemente ha paura di se stesso e si maschera come può.

 

(26 dicembre 2021)

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