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mercoledì, Giugno 29, 2022

Shortbus, la riscoperta di un film indimenticabile

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di E.T.
Quando ho visto Shortbus per la prima volta confesso di essere stato mosso dalla curiosità per il personaggio di Justin Bond, che nella pellicola interpreta se stesso, e dall’interesse per il lavoro del regista John Cameron Mitchell di cui amavo la ricerca. Già il sottotitolo-aggiunto alla versione italiana della pellicola “dove tutto è possibile” mi aveva fatto cadere le braccia, ma mi offrì l’occasione per decidere di vedere il film in lingua originale.

Superficialmente il film è la cronaca di quelle cose che troppi siti di cinema, troppo improvvisati, ma anche certe bibbie del web tipo Wikipedia scrivono, cioè di gente con problemi sessuali che cerca in Shortbus – il locale – un modo per uscire dalle proprie repressioni. Succede a chi non va oltre ciò che vede e prova il brivido della visione di scene di sesso esplicito nella pellicola in un film uscito senza le particolari limitazioni che lo avrebbero fatto a pezzi. Shortbus è in realtà il grido del regista e del cast, essendo il copione scritto collettivamente, contro una società che ignora gli ultimi avendo deciso da sempre che gli ultimi devono essere sempre gli stessi: gli uomini gay, le donne lesbiche, le persone  intersessuali, le persone transessuali, le drag queen, i vecchi, le persone sole, le persone disagiate, le persone con problemi che nessuno vuole aiutare; le persone che vedono una società che pensa al profitto, vive come se non ci fosse domani e se ne frega dell’individuo a favore del racconto del benessere collettivo, nient’altro che una specie di dittatura del soldo che ti offre il minimo benessere possibile così che coi tuoi soldi tu possa fare arricchire sempre i soliti. Quelli cioè che ti vorrebbero in campi di concentramento.

Una società per famiglie-scannatoi che consumano, ingrassano e crepano e guai a starne fuori.

Questo mondo profondamente razzista e colmo d’odio, altro che eteronormato, è tutto ciò al quale Shortbus si oppone. Shortbus è un simbolo: è la disperazione di tutti coloro che sono impotenti di fronte a problemi che cercano disperatamente di affrontare senza sapere come, e che si ritrovano dentro un utero protettivo chiamato Shortbus dove una solo apparentemente demenziale padrona di casa, Justin Bond, li accoglie, li coccola, li bacia, dona loro quella libertà di essere che non esiste da nessun’altra parte.

Certa moderna cultura LGBTIQA+ vittima del proprio integralismo pseudo progressista lo definirebbe un ghetto.

Poi Shortbus si chiude, parlo del film non della guerra quotidiana, con la regina della festa – che è sempre Justin Bond – a cantare in un crescendo felliniano con il quale il regista omaggia la fantasia al potere che vince il dolore, che vince l’oscurantismo, che vince la guerra e che porta la cultura dell’accoglienza tra canti, clown e sorrisi. Un capolavoro.

 

(31 dicembre 2021)

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