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mercoledì, Giugno 29, 2022

“Titane” di Julia Ducournau

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di Laura Salvioli

Titane è il secondo lungometraggio della regista francese Julia Ducournau con il quale si è aggiudicata la Palma d’oro a Cannes provocando lo sdegno di alcuni e la gioia di altri. Già dalla sua opera prima “raw” si poteva intuire che la sua seconda creazione sarebbe stata divisiva Julia, infatti, fa scelte estreme e innovative che, in quanto tali, creano tanto apprezzamento quanto sgomento e critiche.

Sicuramente è uno dei film più strani che io abbia mai visto da cui, però, non sono riuscita staccare gli occhi di dosso neanche un istante sin dalla prima scena. Mi ha rapita con il suo fare sinuoso, violento, senza regole, senza limiti, senza etichette. Pochi dialoghi, molte immagini che si scolpiscono nella mente e che sembrano ispirate al cinema di genere ma con la volontà di rimescolare tutto creando un prodotto assolutamente autoriale. Ci sono, infatti, sequenze riconducibili al genere splatter altre tra il fantasy e l’horror come la scena in cui la protagonista fa sesso con una macchina, altre quasi da giallo poliziesco come quelle in cui Alexia (la protagonista appunto) fugge da casa dopo aver commesso vari omicidi, fingendosi un bambino scomparso anni prima. È come se la regista volesse urlarci ad ogni cambio di scena che lei i generi li sa riprodurre e padroneggiare tutti, ma a suo piacimento per creare un’altra cosa che non esiste, una terza via, un meraviglioso ibrido.

Esattamente come la protagonista che partorisce un neonato mezzo umano e mezzo macchina e che, da donna sensuale e disinibita diventa un uomo timido e introverso, la regista crea qualcosa che non esiste partendo da elementi noti e trasformandoli in altro.

E si gioca sul genere anche inteso come uomo donna dato che la androgina Alexia nella prima parte del film è un donna e poi, con una trasformazione fisica, tanto brutale quanto drastica, si finge uomo.

E questo fittizio cambio di sesso comporta, anche, una evoluzione del personaggio che se nella prima parte del film gioca il ruolo della figlia non amata e assassina nella seconda diventa madre e, nuovamente, figlia, ma ora ritrovata da un padre che, esattamente come lei, è solo e non capito e in un rapporto malato e silenzioso con questo “figlio/figlia” trova un conforto mai provato prima.

Posso ammettere che alcune scelte saranno sembrate poco credibili o forse esageratamente alla ricerca di qualcosa di provocatorio ma, nel mondo di Julia non c’è bisogno di verosimiglianza o di regole c’è la solo la libertà di andare oltre. E questa libertà sbattuta in faccia anche in modo aggressivo e disturbante a me piace soprattutto se riesce a regalarci delle sequenze di unica bellezza come quelle di ballo nella stazione dei pompieri che diventa magicamente quasi un locale gay o la location di un rave. Tutto si rimescola, tutto si confonde in uno scioccante inno alla libertà autoriale.

 

(14 novembre 2021)

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