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sabato, Aprile 20, 2024

“Smiley”, divertente serie spagnola di Netflix (ma quanta solitudine)…

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di E.T.

Smiley è una serie spagnola in otto episodi disponibile su Netflix dal 7 dicembre scorso, creata e diretta da Guillem Clua che nasce come adattamento teatrale da un autore premio nazionale. E’ ambientata a Barcellona della quale può conoscere la crudeltà e la solitudine, dentro un apparato accogliente e esilarante, soltanto chi c’ha vissuto (e io personalmente ci vivetti). Molte le facce conosciute del cinema spagnolo, tra i quali uno degli interpreti dell’esilarante Los Novios Bulgaros, (Pepón Nieto, un indimenticabile Gildo) che vi consiglio vivamente di godervi cercandolo da qualche parte.

Del film citato la serie Smiley sembra ricalcare l’umorismo feroce. Se è apprezzabile il bilinguismo castigliano-catalano scelto per diversi dialoghi, meno lo è l’incapacità (che è comune a tutto il cinema spagnolo degli ultimi trent’anni, Almodóvar escluso) di scrivere dialoghi che vadano un minimo in profondità preferendo un cretinismo dialogico adolescenziale che dice molto di quello che sono certi rapporti umani nella sempre troppo celebrata società-Spagna (¿suciedad española?).

Otto gli episodi che mi hanno divertito, almeno fino al sesto. Poi sono spuntati fili rossi legati all’indice della mano destra, deliri e flashback tra racconti raccontati e sogni a occhi aperti, insieme a un sacco di personaggi di contorno ai quali viene data troppa importanza. Un’unica cosa è narrata con grande profondità: la solitudine straziante che la comunità degli omosessuali maschi vive, incapace di staccarsi dagli inevitabili giudizi che un maschio dà di un altro maschio (conoscendo bene i meccanismi del maschio). L’umorismo è feroce e rapido, così come sono rapide le soluzioni che vengono date alla storia; gli amori che nascono muoiono subito, senza che si lasci tempo al pur minimo approfondimento narrativo, impegnati come si è a correre dietro a un altro personaggio del quale si poteva anche fare a meno.

E del resto quando sei ormai all’ottavo episodio e ti tocca finirla ‘sta serie cosa te ne fai di un approfondimento (anche ammettendo che tu abbia i mezzi per scriverlo)?

La serie ha alcuni meriti, (anche se non credo che mi vedrò la seconda stagione): mi ha fatto divertire, è zeppa di neologismi divertenti (marictadura su tutti, la dictadura marica, ovvero la dittatura frocia, come diremmo qui con linguaggio interno); le storie d’amore, anche se sono la solita solfa ispanica tira e molla, tradimenti, la do di qua e di là, te lo metto dove vuoi, ma poi piango per la solitudine, tutto condito come sempre da improbabili eccessi sociologici e accuse alla società patriarcale, che se sei a corto di idee o devi fare in fretta ha sempre il suo perché.

Gli attori sono in alcuni casi ottimi (il già citato Pepón Nieto) e in altri inguardabili. Così come le scene: non si è ancora capito, ad esempio, perché genitori ultra-omofobi (dentro lo stereotipo del supercattolicesimo sudamericano), si trasformino nel breve volgere di un fotogramma in esempi di tolleranza, ma è un dettaglio.

Se padroneggiate il castigliano vi consigliamo la versione originale. Se siete doloranti per qualche motivo, invece statene lontano perché se c’è una rappresentazione perfettamente riuscita in tutti e otto gli episodi è quella della solitudine più insopportabile.

 

 

(21 marzo 2023)

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