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domenica, Maggio 29, 2022

The Andy Warhol Diaries: un godimento

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di Giuseppe Sciarra
Ci volevano Ryan Murphy e Andrew Rossi per dare nuova dignità e valore con “The Andy Warhol Diaries”, serie Netflix prodotta dal primo e diretta dal secondo, ai cosìddetti diari del genio della Pop Art annotati per anni dalla sua fida segreteria Pat Hackett dopo lunghe e intense confessioni al telefono. Pubblicati postumi dopo la morte dell’artista a causa di una delicatissima operazione per curare la cistifellea che gli è costata la vita quel tragico 27 febbraio del lontano 1987, i diari furono liquidati dalla critica dell’epoca come trascurabili pettegolezzi di quella che è stata la prima pop star del mondo dell’arte dopo Pablo Picasso al pari di Salvador Dalí.

Guardando la serie però si percepisce tutt’altro, uno dei collaboratori di Warhol, durante un’intervista, afferma che quei diari non sono stati capiti e sono molto di più di quello che si può evincere a una lettura superficiale. In effetti, come dargli torto? Guardando i sei splendidi episodi della serie non si può non emozionarsi a ogni singola frase pronunciata da quell’uomo famoso, geniale ma anche troppo solo, spaventato dalle emozioni, che amava circondarsi di bellezza per convivere con una fisicità che non amava ma che cercava di amare per sopravvivere a una realtà di cui si sentiva spettatore. L’amore è, del resto, il perno di questa docuserie. Warhol era freddo solo all’apparenza e forse per procura, viveva per amare e per sentirsi come gli altri e non un emarginato privilegiato dal suo status di artista.

Un amore ricercato per una vita intera da Andy, in primis da un mondo dell’arte che non l’aveva capito completamente e lo attaccava, e in seguito da vari partner che benché lo ricambiassero, non potevano mettere a tacere le sue inquietudini, le sue verità nascoste, i suoi nodi irrisolti. Uomini straordinari, morti tragicamente come Jon Gould vice presidente per le comunicazioni aziendali della Paramount Picuteres, che l’Aids si portà via a soli 33 anni oppure l’amico adorato, Jean Michel Basquaiat, suo degno erede anche egli strappato  alla vita troppo presto da quella che era, ai tempi, conosciuta come la peste dei gay.

“The Andy Warhol Diaries” parte dai primi anni della factory (la fucina artistica da cui Warhol ha creato la sua personalissima sottocultura negli anni sessanta con personaggi memorabili come Lou Reed, Nico, Joe D’Alessandro, Paul Morrisey) per poi correre lungo gli anni settanta delle feste eccessive, delle trasgressioni, dello Studio 54 e delle disco music, e concludersi con gli anni ottanta – forse i veri protagonisti della serie – quei chiassosi anni ’80 dell’edonismo estremo che illusero alcuni che la vita sarebbe durata un’eternità così come il benessere economico, salvo poi fare i conti con l’Aids, che prese alla sprovvista il mondo e che non offriva soluzioni o speranze di salvezza, e che oltre a decimare una generazione doveva tollerare dichiarazioni infelici come quella di Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti D’America, che voleva rinchiudere nei campi di concentramento gli omosessuali per fronteggiare il virus. Ci fu chi lo fece sul serio: si chiamava Fidel Castro.

L’omofobia è la grande protagonista di questa serie. L’omosessualità, negli anni ’60, poteva essere vissuta solo nei locali, negli anni ’70 invece – pensa un po’ che risultato – anche altrove basta che non creasse imbarazzo e venisse taciuta. Negli anni ottanta invece, decennio che avrebbe dovuto accelerare le conquiste della comunità gay ci fu invece una brusca pausa di arresto a causa della crisi dell’AIDS, come ben raccontato da tanti scrittori e artisti del tempo: da Larry Kramer a, per l’appunto, la Factory di Wahrol.

Poi il declino di Andy Warhol, la consapevolezza di non potere essere un outsider nella vita come tutti gli altri, non poter essere un uomo con un compagno e una famiglia, una terribile paura di morire – probabilmente fu il suo continuo rimandare l’operazione che lo portò alla morte quando vi si dovette sottoporre suo malgrado: a testimonianza della fragilità di un uomo sensibile e attento al mondo.

La docuserie di Andrew Rossi conta di un ottima regia con immagini di repertorio, interviste e immagini di eventi mondani a cui ha partecipato Warhol, oltre a video privati dell’artista, a partecipazioni a manifestazioni mediatiche importanti, interviste a collaboratori, amici e personaggi dello show business. E poi c’è quella magica voce over manipolata per mezzo dell’intelligenza artificiale che resuscita il grande artista e lo riporta tra noi, coi suoi sospiri, le sue ansie, i suoi toni smorzati, la sua dolcezza, il suo amore per la vita, più forte della morte, più forte della tragedia, eterno come le sue opere in grado di renderci davvero partecipi di quell’epoca che non vivremo mai – almeno io classe 1983 – ma che pulsa nei nostri cuori e fa parte di noi, perché siamo i depositari in fondo dell’eredità di Andy Warhol e di quei quindici minuti di celebrità che caratterizzano questi anni di smartphone, social network e reality dove la sfera intima è mostrata, ostentata ma resta in fondo inaccessibile e misteriosa. Come è giusto che sia.

 

(13 marzo 2022)

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