Apocalispe Now, Full Metal Jacket e la distorta narrazione americana

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di Laura Salvioli
Laura Salvioli

Ho deciso qualche giorno fa di recuperare “Apocalispe Now “e di rivedere “Full metal jacket”, i due film simbolo della più scellerata guerra portata avanti dagli Usa, la guerra del Vietnam. Le due pellicole sono firmate da due giganti come Coppola e Kubrick e sono rispettivamente stati realizzati una nel 1979 e l’altro nel 1987. “Apocalipse now” è liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad “Cuore di tenebra” e vinse la Palma d’oro al 32º Festival di Cannes ed il premio Oscar per la migliore fotografia a Vittorio Storaro oltre a quello per il miglior sonoro a Walter Murch. La pellicola si apre sulle note di “The End”, cantata da Jim Morrison. Con un meraviglioso alternarsi delle pale di un elicottero e di quelle di una ventola di una stanza di albergo, con la volontà di richiamare lo stress post traumatico che la guerra provoca in molti reduci. Ci troviamo a Saigon nel 1969 ed Il capitano Willard (interpretato da Martin Sheen) riceve dai suoi superiori, l’ordine di localizzare ed eliminare il colonnello Kurtz (interpretato da Marlon Brando), un disertore che sta conducendo, alla testa di un gruppo di indigeni che lo adorano come un dio, una guerra personale contro i Vietcong. Per poter portare a termine il suo incarico il capitano deve percorrere il fiume Nung con altri tre uomini al seguito. Il suo percorso verso la Cambogia è in tutto e per tutto una discesa verso gli inferi.

Nella sua traversata il capitano legge e rilegge tutti i documenti che gli sono stati forniti relativamente al suo obiettivo, il colonnello Kurtz, e ne riamane sempre più sedotto e affascinato. Giunge finalmente al suo obiettivo – Kurtz è interpretato come detto da Marlon Brando, che nonostante abbia creato mille problemi sul set, ed essendo ingrassato abbia preteso di essere ripreso solo in penombra, riesce a dare una interpretazione magistrale. Anzi, per assurdo, io ho trovato l’idea di riperderlo in penombra del tutto calzante con la figura misteriosa e quasi stregonesca del personaggio. Detto questo, “Apocalyspe now” è un film soprattutto visivo, la sceneggiatura è scarna ed è stata anche asciugata dallo stesso Brando che ha tagliato molte parti del suo copione non ritenendole adatte, ma questa è la sua potenza. Tanto è vero che fu un progetto che quasi costò la vita a Coppola, che non si risparmiò nel ricercare un realismo scioccante, avvalendosi di ricostruzioni ed effetti speciali pratici estremamente complessi. Ed anche se la sceneggiatura non è tratta di una storia vera, lo sceneggiatore John Milius ha dichiarato alla CNN di aver incluso il surf nella sceneggiatura perché ha notato “quanti surfisti californiani sono andati in Vietnam e quanti non sono tornati”. Kurtz, l’antagonista perfetto del film, è simile ad Anthony Poshepny, un agente della CIA che ha creato un esercito segreto in Laos.

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Diverso è l’approccio scelto da Kubrik, che realizza un film decisamente più verboso e carico nella sceneggiatura. Fortemente incentrato sui personaggi, e che punta molto di più sul sarcasmo e sulla follia e meno sull’orrore come l’opera di Coppola. Come sappiamo “Full metal jacket” inizia con l’addestramento a Parris Island dei marines con scene e, soprattutto, battute che hanno fatto la storia del cinema. Cariche di una ironia molto amara tanto è vero che già la prima parte del film si conclude con il folle gesto di “Palla di Lardo” che ci fa ben capire che è proprio il mondo dei militari in generale ad essere malato. E prosegue con il soldato “Joker” che riesce ad andare in Vietnam con il ruolo di giornalista, e, quindi, inizialmente, a salvarsi dalla guerra vera. Ma che, viene poi scelto come corrispondente di guerra durante l’Offensiva del Têt nel gennaio 1968. Ed è qui che quasi viene canzonato dai soldati “veri” quelli che hanno combattuto in prima linea e che quasi se ne vantano senza capire che stanno perdendo tutta la loro umanità. Una scena che ho trovato iconica è quella in cui un soldato viene intervistato da “Joker” e, mentre racconta di tremende atrocità commesse, sorride perché gli stanno facendo le foto per l’articolo. Poi un colonello si avvicina a “Joker” perché lui indossa il simbolo della pace sulla divisa ma ha scritto sull’elmetto “Born to kill” e “Joker” spiega all’interlocutore che la sua scelta ha la volontà di rappresentare la dualità dell’essere umano.

A quel punto il colonnello lo sgrida e gli dice che loro sono lì per aiutare i vietnamiti e che, testuali parole che denotano il tipico razzismo arrogante dell’americano medio: “Dentro ogni muso giallo c’è uno che sogna di diventare americano”.

Ed infine, la scena degli elicotteri militari americani che sorvolano un villaggio vietnamita, sparando Wagner dagli altoparlanti e uccidendo civili innocenti per divertimento, potrebbe non essere realmente accaduta in senso letterale, ma è simbolica della gestione, soprattutto a livello mediatico, di questa specifica guerra da parte dello stato americano. Ma soprattutto il film si conclude con la frase: «Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì. Ma sono vivo… e non ho più paura». Quindi, il protagonista sopravvive ma il prezzo da pagare è sempre e comunque perdere una parte di umanità che nessuno gli potrà mai restituire.

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La guerra del Vietnam, protagonista di entrambi i film viene affrontata in modo diverso, ma l’immagine restituita è sempre quella di una guerra inutile, orribile e crudele. Raccontata in modo falso da una narrazione tutta a stelle e strisce, che ha poco a che vedere con la realtà. La guerra del Vietnam scoppiò nel 1955 e si concluse nel 1975, e venne combattuta prevalentemente nel Vietnam del Sud tra lo stato asiatico e gli Stati Uniti d’America. Già negli anni 40 la Francia aveva perso le sue colonie in Indocina e cercò di riconquistale e, dopo la sconfitta negli anni 50 nacquero due stati indipendenti: il Vietnam del Nord, nel quale fu instaurato un regime comunista, e il Vietnam del Sud, governato da una dittatura legata all’Occidente. Nel sud si sviluppò il movimento dei Vietcong per difendere il paese dall’invasione americana. E, nonostante la vanagloriosa narrazione americana, nel ’73 Nixon ritirò l’esercito; quindi, si può affermare che la guerra venne persa dagli USA, nonostante i loro potenti mezzi. Situazione del tutto simile a quella recente relativa alla guerra contro l’Iran. Trump continua a fingere di aver guidato una guerra che li ha visti vittoriosi, ignorando la realtà dei fatti. E non solo: il Pentagono stesso ha smentito le dichiarazioni fatte da Trump per giustificare l’attacco all’Iran. Trump sosteneva, infatti, che possedessero un arsenale atomico che in realtà non hanno. Ovviamente non poteva ammettere apertamente che l’intervento americano è, palesemente guidato dallo stato di Israele. E, soprattutto, ad oggi e nonostante l’atteggiamento da “padroni de mondo” tipico degli statunitensi, non sono usciti vittoriosi né dalla guerra del Vietnam né da quella attuale. Quindi, nonostante, la sonora sconfitta subita dai Vietcong, l’atteggiamento statunitense non sembra voler cambiare.

Devo ammettere, però, che gli artisti americani, non tutti ma molti, sono sempre stati fortemente critici nei confronti della loro stessa cultura e politica. E i due film di cui ho scritto lo dimostrano e sono, ancora ad oggi due capolavori del cinema recuperare.

 

 

(31 luglio 2026)

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