L’Odissea di Nolan in cui l’Ulisse non “ulissa”

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di Laura Salvioli
Laura Salvioli

Il 16 luglio è uscito nelle sale italiane l’attesissimo ultimo film di Nolan, che, come è noto mette in scena le imprese di Ulisse, rifacendosi al poema epico dell’Odissea. Intorno al film ci sono state tante polemiche, quanto trepidante attesa. Diciamo che, per quanto riguarda le polemiche è stata oggetto di forti critiche la scelta di Lupita Nyong’o per il ruolo di Elena. Dato che nella descrizione che fa Omero (o per meglio dire gli Aedi) è “Elena dalle bianche braccia” e, invece, l’attrice scelta è afro-messicana, originaria del Kenya. Tuttavia, le descrizioni date nelle opere classiche, spesso sono delle formule prestabilite, che non hanno nulla anche vedere con la descrizione fisica dei personaggi. In questo caso voleva solo indicare l’appartenenza alla classe aristocratica, richiamando l’idea di una pelle non abbronzata dal duro lavoro. Inoltre, la bellezza in sé è un concetto, a mio parere molto soggettivo, e, soprattutto che varia col tempo.

Io, sinceramente, ho trovato più assurde le dichiarazioni di Lupita in cui sosteneva che nell’Odissea le donne hanno un ruolo marginale, concetto non solo errato ma, anche del tutto avulso rispetto all’epoca in cui l’opera è nata.

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Altre polemiche hanno, poi, riguardato il formato in cui è stato girato il film che ha reso quasi impossibile alla maggior parte degli spettatori poter vedere la pellicola nella sua interezza. Ad esempio, in Italia al momento, non risultano sale che proiettino Odissea in IMAX 70mm su pellicola. Ce ne sono solo alcune che lo proiettano in IMAX digitale o laser, soprattutto per ragioni economiche. In Europa, la realizzazione o l’adeguamento di una sala di questo tipo richiede un investimento iniziale di almeno un milione e mezzo di euro, a cui si aggiunge un costo di mantenimento annuo di circa duecento o trecentomila euro. Costi non realistici per l’affluenza che registrano le sale cinematografiche. Ma a prescindere dalle polemiche, ormai il film è in sala e bisognerebbe parlare solo della sua riuscita o meno.

Personalmente ho trovato alcune scelte azzeccate ed altre no, e, soprattutto, penso che l’epica greca sia già avvincente e perfette di per sé, e che sia così radicata nella nostra cultura da aver creato degli archetipi così potenti che non vedo la necessità di modificarli. Nolan già nel 2004 avrebbe dovuto girare “Troy”, kolossal che poi venne diretto da Wolfgang Petersen, quindi, sicuramente, la fascinazione per l’epica greca dura da tempo. Tuttavia, come avvenne anche nel caso di “Troy”, sono state fatte delle modifiche.

Anche se Matt Damon (che come è noto interpreta Ulisse) ha dichiarato: “È molto fedele a Omero, perché Omero non è uno che si riscrive”, possiamo dire che invece una riscrittura, almeno in parte, sia avvenuta. Ma non tanto e solo perché, ad esempio, Argo (il celebre cane di Ulisse) che nel poema compare solo per morire, appena riconosciuto il padrone dopo vent’anni, qui diventa un personaggio a tutti gli effetti. O perché il rapporto tra Telemaco e Ulisse viene esteso, o infine perché Circe viene umanizzata ma l’incontro tra i due è molto più breve. Ma soprattutto perché l’Ulisse di Nolan non è l’Ulisse che conosciamo noi. Gli americani non studiano Omero a scuola, noi sì; e noi abbiamo una immagine nitida del personaggio che è difficile da scardinare.

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Ulisse è “Politropo” cioè l’uomo dal multiforme ingegno che sfida le divinità; che le vuole quasi superare. E, anche se già nell’incipit, Omero (o meglio gli aedi in generale) ci parla di come Ulisse: “Molti dolori patì in cuore sul mare” non si riferisce certo al suo pentimento per la guerra di Troia, ma, più semplicemente, alla nostalgia di casa. Inoltre, Nolan salta completamente tutta la parte relativa a Nausicaa dove, appunto Ulisse ricorda le sue imprese, e chiede di tornare ad Itaca. Ma, soprattutto, questa parte viene tagliata in quanto, senza la celebre frase che Ulisse dice a Polifemo (“Io sono Nessuno”) che Nolan decide di omettere, l’incontro con Antinoo re dei Feaci, perde mordente. Dato che proprio davanti a lui Ulisse dichiara finalmente: “io sono Ulisse figlio di Laerte”, affermando, dopo il suo lungo peregrinare, sé stesso.

Devo ammettere, però, che ho apprezzato alcune scelte. Ho amato, ad esempio, la colonna sonora di Ludwig Göransson tre volte premio Oscar, già collaboratore di Nolan in Tenet e Oppenheimer. Nolan gli chiesto di non usare un’orchestra ma 35 gong di bronzo di dimensioni diverse e strumenti dell’Antica Grecia (la lira e gli aulos) e non mancano, ovviamente, delle parti vocali. Devo ammettere che, in questo caso, l’impostazione radicale di Nolan ha funzionato, secondo me. Altra scelta che ho apprezzato è stata la rappresentazione di Circe, anche se l’episodio è stato esageratamente tagliato, non rendendo molto credibile lo svolgersi degli eventi; l’interpretazione di Samantha Morton è veramente notevole. Ed anche la trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali è visivamente ben fatta, molto fisica, ed impressionante al punto giusto. Ho apprezzato anche la scelta fatta relativamente alle Sirene, il non farle vedere e sentire ma, di far descrivere in modo puntuale ad Ulisse la sensazione del loro canto, è stata una trovata veramente riuscita. Come anche l’incontro tra Telemaco e Ulisse, che avviene grazie ad Argo, il cane che riconosce Ulisse e fa così capire al figlio che quel viandante è il padre. Ho anche apprezzato il fatto che è una scena molto sommessa, non è urlata o spettacolare, ma è, anzi, molto intima e mi ha emozionata.

Infine, anche la scelta di far partecipare Travis Scott l’ho trovata azzeccata, in effetti gli Aedi erano dei rapper dell’antichità, narravano storie in metrica, quindi servendosi anche del ritmo e non solo della parola. Tuttavia, come accennavo in precedenza, il vero problema è proprio che l’Ulisse di Nolan non “ulissa”, non viene sottolineato che al ritorno da Troia, lui vuole fare un percorso diverso dalle navi di Agamennone per la sua sete di conoscenza, per sfidare ed infine, trovare sé stesso. E, soprattutto, non mi sembra credibile che si possa essere pentito per le gesta relative alla guerra di Troia. Non possiamo immaginare un Ulisse “pacifista” perché sarebbe una visione del tutto decontestualizzata.

Mi rendo conto che Nolan sia l’inventore del “blockbuster d’autore”, e abbia voluto trasportare la figura di Ulisse nell’epoca moderna, tuttavia, alcuni valori moderni, all’epoca erano inconcepibili.

Invece, il concetto dell’uomo che sfida i suoi limiti per conoscere, il peregrinare per poi voler tornare alla propria Itaca, dopo aver trovato sé stesso, sono concetti, a mio parere, immortali. Si sarebbe potuto soffermare su quelli e, a quel punto non avrebbe tagliato parti che, come dicevo, erano lo scheletro fondamentale della storia. Quindi, è un film che merita di essere visto per alcune scelte visive notevoli e quasi estreme, e che sono un marchio di fabbrica di Nolan, ma è manchevole nella parte introspettiva. Ho visto troppo il lato blockbuster e molto di meno, purtroppo, quello autoriale.

 

 

(7 agosto 2026)

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