di Fabio Galli

Se proviamo a fare un salto indietro nel tempo fino al 1970, ci accorgiamo immediatamente di come “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” non fosse semplicemente un film che arrivava nelle sale cinematografiche, ma un vero e proprio fatto di costume, un evento politico e culturale destinato a lasciare un’impronta indelebile. Vi sono opere cinematografiche che entrano nella storia perché raccontano un’epoca, e ve ne sono altre che vi entrano perché riescono a svelarne le contraddizioni più profonde, diventando quasi degli strumenti di conoscenza del proprio tempo. Il film di Elio Petri appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: non è soltanto il ritratto inquietante dell’Italia all’inizio degli anni Settanta, ma una radiografia spietata dei meccanismi attraverso i quali il potere costruisce la propria immagine, protegge se stesso e finisce per trasformarsi in una realtà autonoma rispetto agli individui che dovrebbe rappresentare.
L’Italia di quegli anni era un paese attraversato da spaccature profonde, percorso da una tensione sociale palpabile che si respirava quotidianamente nelle piazze, nelle università, nelle fabbriche e negli stessi apparati dello Stato. Erano i mesi immediatamente successivi alla strage di Piazza Fontana, il momento esatto in cui l’illusione del miracolo economico lasciava il passo a una stagione molto più inquieta, segnata da contestazioni studentesche, lotte operaie, conflitti ideologici, violenze politiche, depistaggi e dall’inizio di quella lunga fase storica che tutti avremmo poi imparato a chiamare gli Anni di Piombo.
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Ma sarebbe un errore considerare il film soltanto come un prodotto della sua epoca. Certamente Petri raccoglie le inquietudini di un Paese ferito e sospettoso, ma riesce a trasformarle in una riflessione molto più ampia sulla natura stessa dell’autorità. Il suo obiettivo non è semplicemente denunciare un abuso di potere, né costruire un atto d’accusa contro una categoria specifica di funzionari pubblici. La sua ambizione è più radicale: mostrare come il potere, quando si identifica completamente con se stesso, possa arrivare al punto di perdere ogni rapporto con la realtà, trasformando la difesa dell’istituzione in un principio superiore alla verità, alla morale e persino alla legge.
In questo senso “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film profondamente politico proprio perché rifiuta qualsiasi semplificazione politica. Non offre allo spettatore un bersaglio facile, non costruisce una divisione rassicurante tra innocenti e colpevoli, tra oppressori e oppressi. La sua inquietudine nasce dal fatto che il male non viene rappresentato come un’eccezione, come una deviazione momentanea del sistema, ma come una possibilità interna al funzionamento stesso degli apparati. Il problema non è soltanto l’esistenza dell’uomo corrotto o dell’individuo irresponsabile: il problema è la struttura che rende possibile la sua impunità.
Quando il film uscì nelle sale, il pubblico italiano non si trovò dunque davanti a un semplice thriller giudiziario, ma davanti a uno specchio deformante nel quale riconosceva le proprie paure e le proprie contraddizioni. La forza dell’opera di Petri consiste proprio nell’aver saputo trasformare una vicenda apparentemente paradossale — un alto funzionario di polizia che commette un omicidio e lascia volontariamente tutte le prove contro di sé — in una metafora universale sul rapporto tra individuo e istituzione.
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Il paradosso iniziale è infatti di una straordinaria potenza narrativa: il protagonista non cerca di nascondere il proprio crimine, ma tenta disperatamente di dimostrare che il crimine stesso non potrà mai realmente incrinare la sua posizione. Egli non vuole semplicemente sfuggire alla giustizia; vuole verificare un’ipotesi più inquietante: che esista un livello del potere nel quale la legge smette di essere un limite e diventa invece uno strumento di protezione.
È da questa intuizione che nasce la grandezza filosofica del film. Petri comprende che il vero mistero non è l’identità dell’assassino, già evidente fin dall’inizio, ma il comportamento dell’apparato chiamato a giudicarlo. La domanda centrale non è “chi ha commesso il delitto?”, ma “che cosa accade quando il colpevole appartiene proprio alla struttura incaricata di amministrare la giustizia?”. In questo rovesciamento risiede tutta la modernità dell’opera.
La macchina narrativa costruita da Petri e dallo sceneggiatore Ugo Pirro non procede quindi verso la scoperta della verità, ma verso la sua progressiva neutralizzazione. Ogni prova raccolta, ogni indizio trovato, ogni elemento che dovrebbe condurre alla condanna viene lentamente assorbito dal sistema, trasformato in qualcosa di diverso, privato della propria forza originaria. La verità non viene negata apertamente: viene resa innocua.
La genialità della scrittura di Elio Petri e Ugo Pirro sta proprio nell’aver compreso che il vero oggetto del film non poteva essere un semplice caso criminale. Un giallo tradizionale vive della progressiva rivelazione dell’identità del colpevole, della ricostruzione degli indizi, della paziente ricomposizione di una verità nascosta. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto compie invece un’operazione completamente opposta: elimina il mistero dell’assassino e conserva soltanto il mistero del sistema. Il delitto è già noto, il responsabile è evidente, le prove sono persino ostentate con una precisione quasi teatrale. Ciò che resta da comprendere è molto più inquietante: perché la verità, quando coinvolge il potere, può smettere di avere conseguenze?
È proprio questo il punto nel quale il film supera il genere cinematografico per diventare una riflessione filosofica sulla natura delle istituzioni. Il protagonista, interpretato da Gian Maria Volonté, non è semplicemente un uomo che commette un crimine e cerca di sottrarsi alla punizione. È un individuo che compie un esperimento sul corpo stesso dello Stato. Vuole verificare se l’apparato al quale appartiene sia ancora capace di riconoscere la realtà oppure se abbia raggiunto un grado di autoreferenzialità tale da proteggere se stesso anche contro ogni evidenza.
La sua confessione non è dunque un atto di pentimento. È quasi una provocazione metafisica. Il “Dottore” non cerca la redenzione, non manifesta un senso morale della colpa, non desidera una giustizia superiore che ristabilisca l’ordine infranto. Al contrario, vuole dimostrare una tesi: chi possiede il potere non è giudicato secondo gli stessi criteri applicati agli altri individui. Esiste una zona privilegiata dell’esistenza nella quale la legge cambia natura, nella quale il detentore dell’autorità non è più semplicemente un cittadino ma diventa il rappresentante di un principio astratto che lo protegge.
In questa prospettiva il film assume una dimensione quasi tragica. Il protagonista è contemporaneamente carnefice e vittima del sistema al quale appartiene. Ha costruito la propria identità interamente sul ruolo ricoperto, fino al punto di non poter più immaginare se stesso al di fuori della funzione. Per questo motivo il suo gesto criminale non è soltanto una sfida agli altri, ma anche un tentativo disperato di verificare la propria esistenza. Egli ha bisogno di sapere se dietro la divisa, dietro il titolo, dietro la gerarchia, esista ancora un individuo capace di essere giudicato.
Ma la risposta che riceve è devastante: l’apparato non vede più l’uomo, vede soltanto il funzionario (…)
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Bo Summer’s, “el horno” e altri testi di Fabio Galli.
(23 agosto 2026)
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