La Città dei Vivi. Volevamo il sangue ma qui spazio per vederne non ce n’è

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di Laura Salvioli
Laura Salvioli

Il primo ottobre è uscito nelle sale “La città dei vivi” film tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia che riprende la triste vicenda dell’omicidio Varani. Luca Varani venne ucciso nel marzo 2016 a Roma dopo essere stato drogato e torturato da Manuel Foffo e Marco Prato. Il libro, da cui il film è liberamente tratto, è ormai diventato un bestseller e per chi, come me, lo ha letto, è molto diverso dalla pellicola. La sceneggiatura del film, infatti, è stata scritta da Damiano e Fabio D’Innocenzo che hanno, poi deciso di ritirare le loro firme dichiarando che il regista, Edoardo Gabriellini, avrebbe apportato delle modifiche senza chiedere il loro consenso. Che sia vero o meno è indubbio che la firma dei fratelli d’Innocenzo sia palpabile. Ed è una nota positiva, almeno per me, che amo il loro stile scarno e molto realista.

Si nota che i due sceneggiatori sono romani e conoscono bene il linguaggio e la realtà della capitale, ma lo stesso vale per la Lagioia che, pur essendo pugliese, nel suo libro coglie perfettamente l’animo cinico di Roma.

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Altra scelta apprezzabile riguarda il cast composto da attori tutti neofiti ma bravissimi, eccezione fatta per Mastrandrea che interpreta il padre di Luca e che, invece è un nome ben noto. Infatti, Emanuele Maria Di Stefano che interpreta Varani, che oltre ad essere molto somigliate al vero Luca, è un bravissimo attore, non ha ancora neanche una sua pagina Wikipedia. Ed anche Gaia Merlonghi che interpreta la fidanzata di Luca, e Simona Senzacqua che fa la madre sono assolutamente azzeccate oltre ad essere volti nuovi. Finalmente dei nomi emergenti nel panorama del cinema italiano che è da sempre costellato degli stessi attori, visti così tante volte, ed in così tanti ruoli, da farceli quasi odiare.

Ma non solo questa è una scelta di rottura, anche il modo di raccontare questa pagina di cronaca nera è diverso, non solo dal libro, ma anche dalla cinematografia che di solito si approccia a queste storie. Il caso Varani, infatti, rimase famoso non solo per l’efferatezza del crimine in sé, ma anche, per la sua insensatezza; Manul Foffo, quando uccise Luca, non sapeva neanche il suo nome, non lo aveva mai visto. Inoltre, nei numerosi programmi televisivi in cui si analizzò il caso, primo fra tutti la puntata di “Porta a porta” messa in onda ancora prima che il processo fosse iniziato, i protagonisti sono, sempre e solo i due carnefici, mai Luca. Poi si speculò sulla presunta omosessualità di Luca, e soprattutto di uno dei due colpevoli, dato che Prato ha sempre dichiarato di essere gay, e l’argomento di interesse ad un certo punto diventò sottolineare a tutti i costi l’eterosessualità di Foffo, come se il problema fosse quello e non l’avere trucidato un povero ragazzo di ventitré anni. La vicenda mise ancora una volta in luce l’ipocrisia del nostro paese e delle nostre sempre troppo idolatrate famiglie perbene, che spesso nascondono situazioni a dir poco disfunzionali. Quindi, considerato tutto il circo mediatico che ha anche influito e, non poco, sulla vicenda processuale, il film non voleva raccontarci quello che già conoscevamo, fin troppo bene. Voleva avere come protagonista chi non lo era mai stato: Luca, la vittima.

Il regista non si lascia trascinare dalla tipica pornografia del dolore, non dà spazio ai carnefici, loro devono essere nell’ombra. Loro non si meritano la luce del cinema ad illuminarli, loro devono stare nel buio. Hanno deciso di spegnere una vita che Gabriellini ci vuole far vedere, è quella vita la protagonista. Tanto è vero che, anche Mastrandrea ha dichiarato che il senso del film non è speculare sulla realtà, quanto più “accendere le luci in delle stanze” quelle della vita di Luca. Quindi, se vi aspettate un film che documenti la vicenda le vostre aspettative saranno deluse. Infatti, io personalmente, gli avrei forse dato un titolo diverso, in modo da far andare il pubblico al cinema con una aspettativa differente; tuttavia, ho trovato poetica la scelta di realizzare un film sulla perdita su quello che avrebbe potuto essere la vita di Luca. Su quello che c’era prima e, su quello che rimane dopo questo gesto insensato. È un film che parla, con una sceneggiatura originale, del dolore della perdita con immagini semplici ma puntuali.

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In un mondo in cui siamo ormai sovraesposti ad immagini di violenza, così tanto da considerarle quasi normali, così tanto da essere anestetizzati, da non riuscire a vedere più nulla che ci colpisca, si sceglie di realizzare un film su un fatto di cronaca nera, in cui non ci sono scene di violenza. Ed io l’ho trovato giusto e, finalmente, diverso. Noi spettatori, me compresa, volevamo il sangue, ed invece questo film ci spiazza con la luce di una vita ormai spenta per sempre.

 

 

(11 ottobre 2026)

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