Sentimental Value. L’Arte come cura

-


di Laura Salvioli
Laura Salvioli

Sentimental Value è un film del 2025 diretto da Joachim Trier. Ha vinto svariati premi, tra cui il Grand Prix Speciale della Giuria al 78º Festival di Cannes e il premio Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Norvegia. E per questo è tornato nelle sale italiane, nonostante fosse uscito il 22 gennaio 2026. Questo regista scandinavo già mi aveva conquistata con “La persona peggiore del mondo” film che, peraltro, trovate su Prime e vi consiglio di recuperare. Avevo amato i suoi personaggi femminili, sfaccettati e molto reali. Costante che ho ritrovato anche in questo in questa sua nuova opera. La trama, infatti, è incentrata su due sorelle, una attrice e l’altra storica che, in occasione del funerale della madre, si trovano a confrontarsi nuovamente con il padre. Il padre è un regista famoso con cui hanno un rapporto particolare, Nora, l’attrice, quasi non ci vuole parlare, Agnes, invece, dato che è anche madre, cerca di mantenere un legame anche se è spesso il padre a scomparire. Nora, interpretata da una magnifica Renate Reinsve, è una donna indipendente ma sola che non ha mai elaborato del tutto il suo rapporto col padre. Un narcisista egocentrico che torna dalle sue figlie con un copione. Lui non sa parlare se non con la sua arte, il suo modo di ricucire il rapporto con la sua famiglia è chiedere alla figlia Nora di essere la protagonista del suo nuovo film. Nora, però, senza neanche leggere il copione, rifiuta e da qui si svilupperà la trama di cui non vi dirò altro.

Potrebbe sembrare una storia vista e rivista, tuttavia, l’occhio nordeuropeo sa analizzare le problematiche familiari in un modo indulgente e originale. In questo caso, vediamo la figura del padre assente in un modo totalmente diverso. È come se lui avesse saputo capire e seguire le sue figlie da lontano. Come se, nel poco tempo passato insieme, fosse riuscito a creare una connessione che lui, da regista e artista, non sapeva esprimere in altro modo se non con un copione, frutto della sua forza creativa. Quello che spicca maggiormente nel film sono, prima di tutto, la bravura imbarazzante degli attori che devono passare spesso dal recitare su un palco o leggendo un copione al recitare nel film. Infatti, c’è un continuo passaggio meraviglioso dal teatro al cinema alla “realtà” della trama, rendendo il film metacinematografico.
E la scrittura, intelligente e mai retorica, profonda e mai melensa.
Ho adorato, ad esempio, la voce narrante fuori campo che ha permesso anche alla casa di infanzia delle protagoniste di essere un personaggio del film. Anche perché i luoghi che abitiamo non sono solo luoghi, le loro mura in qualche modo hanno sentito i nostri dolori e le nostre gioie ed è giusto che abbiano una voce.

E, infine, non potevo non osannare i chiari richiami a Bergman, maestro del cinema scandinavo, che viene omaggiato e non copiato. Sia a livello registico che di scrittura, ci sono, infatti, riferimenti a temi a lui cari come, ad esempio, lo psico-teatro. La messa in scena, cioè, di esperienze traumatiche della propria vita personale sul palcoscenico o in un film al fine di elaborare l’esperienza stessa. Ed è proprio questa la potenza del film, oltre al tema del dramma familiare ovviamente, ci ricorda come l’arte possa essere una cura. Come non per forza debba essere fine a sé stessa ma ci possa fornire un linguaggio per capire e, soprattutto, guarire noi stessi.

 

 

(31 marzo 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 




POTREBBERO INTERESSARTI

Pubblicità