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venerdì, Gennaio 27, 2023

The Dahmer. Le vittime soppiantano il presunto “fascino” del serial killer

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di Laura Salvioli
Questa serie è uscita su Netflix il 21 settembre 2022 ed è una delle serie Netflix più viste quest’anno; la cosa non mi stupisce vista la tematica e la bravura di Ryan Murphy nel raccontarci il famoso serial killer. È una miniserie in dieci episodi che ripercorre la vita di Jeffery Dahmer e lo fa partendo dal suo arresto avvenuto dopo ben 17 omicidi, proseguendo con la sua infanzia, e concludendo con la sua uccisone in carcere. Ci attirano molto le serie o i documentari sui serial killer perché siamo ossessionati dall’idea di capire il motivo delle loro azioni esorcizzando, così, la paura di essere simili a loro. Cercare una ragione scientifica, sociale o un trauma che giustifichino i loro efferati crimini ci fa sentire al sicuro. Io sono fermamente convita che ci sia sempre una perfetta commistione tra fattori genetici e sociali. Con sociali non intendo solo la famiglia (a cui di solito si tende a dare la colpa di tutto) ma l’ambiente, il tessuto sociale in cui la persona effettivamente cresce e si forma. La storia del cannibale di Milwaukee colpisce soprattutto perché lui non ha avuto particolari traumi infantili se non la separazione dei genitori e una madre con la depressione post partum. Nella serie nei primi episodi quasi sembra che si voglia trovare una causa alle sue perversioni in questi due elementi e in un rapporto conflittuale con lasua omosessualità ma poi viene fatta una virata totale. Non è più Jeffrey che ci interessa, ma sono le vittime ed i familiari delle vittime, da ora in poi sono le parti lese le vere protagoniste. Capiamo che, in realtà, nessun elemento della vita di Jeffery Dahmer lo può giustificare, lui non ha via di perdono e neanche noi, dobbiamo accettare che il male è parte dell’uomo da sempre. Che nulla ci può salvare e garantire che noi non saremo mai così o che noi non faremo un figlio che sarà così.
E dal sesto episodio in poi è palese che Ryan Murphy non vuole mitizzare quest’uomo, anzi, ce lo vuole, giustamente, far odiare. Di un odio viscerale che è quello che va dedicato solo a chi tradisce chi si fida e a chi colpisce l’indifeso e lo fa con coscienza e consapevolezza. Dall’episodio sul ragazzo sordo muto capiamo che Jeffrey avrebbe potuto essere amato ed ha deciso di non farlo, perché per lui l’amore non esiste, esiste solo la sottomissione totale. Lui vuole degli zombie pronti ad eseguite i suoi ordini, degli schiavi; lui non può amare, non ha nessuna forma di empatia e non perché non gli sia stato dato amore, ma perché lui è nato così. Ironicamente, la serie è stata criticata proprio dai parenti delle vittime, nello specifico dai familiari di Errol Lindsey, per la scena in cui la sorella della vittima esplode in tribunale contro il cannibale. La scena è stata definita troppo feroce; tuttavia, guardando il video originale, non mi pare lo sia. Alcuni hanno poi sottolineato la non assoluta veridicità di alcuni dettagli, tipo il fatto che Glenda Cleveland non fosse effettivamente la vicina di casa del killer e che non fosse vero che si sentiva una forte puzza di cadavere. Sinceramente, trovo queste critiche a dir poco infantili; Ryan Murphy non ha realizzato un documentario ma una serie tv con cui voleva comunicare un messaggio o comunque dare allo spettatore spunti di riflessione. La puzza va intesa in senso figurato come una specie di senso di colpa estenuante che ha colpito tutte le persone vicine alla vicenda che avrebbero voluto fare di più per impedire a Dahmer di agire indisturbato. Il regista, infatti, sottolinea fortemente come la polizia non avesse dato importanza a varie segnalazioni fatte sul conto del cannibale per chiari motivi di razzismo. Dahemer, infatti, sceglie di vivere in un quartiere abitato da minoranze etniche perché sa che potrà agire liberamente e contro le prede più facili.

La sua crudeltà viene sviscerata con il proseguire degli episodi e la rabbia monta soprattutto quando, con il killer finalmente in carcere, vengono scritti fumetti su di lui e vari “fan” gli mandano soldi per l’autografo. Dahmer sembra galvanizzato da tutto questo interesse nei suoi confronti in un modo quasi irritante, come si può idolatrare una persona che non ricorda neanche il nome delle sue vittime? Che chiede la sedia elettrica come se quasi non la temesse? Infine, nell’ultimo episodio in cui compare un altro famoso serial killer, John Wayne Gacy, sembra si cerchi di fare un confronto tra i due, in cui Jeffrey parrebbe uscirne quello più salvabile. Tuttavia, per me, è solo un modo per far capire che sia la vendetta che arriva dallo Stato (cioè la pena di morte) riservata a Gacy, sia quella che arriva dal detenuto schizofrenico (che ucciderà Jeffrey in carcere) non risolve nulla. La rabbia non si placherà, le vittime non risorgeranno, nulla può o potrà cambiare il corso delle cose. Il male esiste e non è altro da noi, è dentro tutti noi e la furia, l’odio non ci aiuteranno a stare meglio. Viste le varie critiche, Ryan Murphy ha anche detto che sarebbe disposto a pagare per costruire un memoriale per le vittime del cannibale. La città di Milwaukee, infatti, avrebbe dovuto costruire, dove prima sorgeva il palazzo del serial killer, un parco con un memoriale per le vittime che non è mai stato realizzato. A me piace pensare che Ryan Murphy lo abbia finalmente edificato con questa serie. Ha progettato e modellato pietra su pietra un bellissimo monumento per loro, ha cercato di raccontare il dramma delle famiglie che li hanno persi per sempre. E di puntare il dito verso quella parte della società che ha venerato Dahmer e che poi forse è la stessa che lo ha fatto agire indisturbato solo perché biondo e bianco. Purtroppo, oltre l’odio, la rabbia, la voglia di vendetta ci può solo essere questo: il ricordo delle vite spezzate nel tentativo di poter operare una quasi impossibile giustizia riparativa.

 

 

(15 novembre 2022)

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