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mercoledì, Giugno 29, 2022

“Drive My Car” di Ryûsuke Hamaguchi

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di Giuseppe Sciarra

“Drive my car” ha recentemente vinto ai Golden Globe 2022 come miglior film straniero scippando la statuetta allo strombazzatissimo “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino. Un riconoscimento più che meritato (tra i tanti vinti) per un film perfetto che sembra celebrare la cultura cinematografica e teatrale occidentale più che orientale, rendendo tributo innanzi tutto al regista e teorico della Nouvelle Vague, Alain Resnais e a due sue pellicole in particolare “Hiroshima mon amour” e, soprattutto, “L’anno scorso a Mariebad”. Nella prima buona mezz’ora del film i due protagonisti, Yuseke, regista teatrale e sua moglie, mettono in scena un dialogo tra due innamorati che nelle battute pregne di lirismo e poesia (ma anche un po’ ostiche) ricordano i due memorabili protagonisti del film di Resnais interpretati dall’istrionico Giorgio Albertazzi e la malinconica e dimenticata Delphine Seyrig. Il regista Ryūsuke Hamaguchi strizza l’occhio alla nouvelle vague anche nella scelta felice di presentare i titoli di testa a quasi quaranta minuti dall’inizio del film in netta contrapposizione sulle leggi non scritte sul mondo del cinema. Da questo momento in avanti la trama prende una piega del tutto inaspettata rendendo omaggio innanzi tutto al cinema di Ingmar Bergman, le cui sceneggiature sofferte, esistenzialiste, filosofiche ma soprattutto psicanalitiche hanno fatto scuola. L’indagine della sofferenza come strumento di catarsi per riscoprirsi e rinascere sono sempre stati il marchio di fabbrica del cinema bergmaniano e in tal senso le lezione della scuola del grande regista svedese aleggia in tutto il film di questo talentuoso cineasta giapponese.
Con Ingmar Bergman, Ryūsuke Hamaguchi condivide oltre che il talento per la regia cinematografica anche quello per la regia teatrale. Entrambi sviscerano l’anima umana sia con la settima arte che su un palcoscenico. Ed entrambi hanno portato al cinema il teatro. A questo proposito l’altra figura di riferimento della cultura occidentale che tributa “Drive my car” è Cechov. Tra le sue tante gemme regalate al teatro contemporaneo Hamaguchi ha voluto mettere in scena per il grande schermo “Zio Vanya”, un uomo che deve fare i conti con la verità e con un tradimento come il protagonista del film, quest’ultimo solo in scena e solo interpretando quel personaggio riuscirà a congiungersi con se stesso e i suoi fantasmi. Assolutamente affascinante e straniante la scelta di far recitare ad ognuno dei protagonisti del dramma di Cechov il proprio personaggio in una lingua diversa – c’è anche un’attrice che interpreta con il linguaggio dei sordo muti. Il far entrare lo spettatore nelle prove dello Zio Vanya, il mostrargli il lavoro dell’attore su stesso e sui suoi mostri personali (e universali) è un’ulteriore lavoro di psicanalisi e catarsi che libera anche noi spettatori se decidiamo di donarci al film. Questo è il grande potere dell’arte e del cinema, il vero cinema. La catarsi non solo dei personaggi del film ma del pubblico stesso.

 

(26 gennaio 2022)

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