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lunedì, Giugno 24, 2024

“E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, ce ne parla Laura Salvioli

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di Laura Salvioli

“Paolo, non sei tu. Sono io”
Vorrei partire dicendo che io amo Sorrentino è uno dei miei registi e sceneggiatori preferiti, ho visto “La Grande Bellezza” credo 7 volte, lo considero un genio della nostra epoca che ha saputo creare film che, per me, sono emozione pura. Dunque, il 24 novembre giorno dell’uscita del film in questione sono andata al cinema, non potevo assolutamente aspettare il 15 dicembre cioè la data di uscita su Netflix. Paolo andava visto al cinema ed il giorno di uscita, assolutamente. Quindi vado con largo anticipo, prendo i biglietti, perché fosse mai che poi c’è troppo casino e non riesco a vederlo, non posso assolutamente perdermi il film che per tutti sarà il suo migliore già in lizza per gli Oscar ed acclamato a Cannes. Insomma per me è l’evento del mese di novembre ci vado con un entusiasmo vergognoso, paragonabile solo a quello dei bambini che aspettano di scartare i regali la mattina di Natale. Forse è stato quello, la troppa aspettativa, si sa rovina tutto, ci facciamo una nostra immagine dettagliata nella testa di quello che accadrà e se poi la realtà non dovesse per qualche motivo seguire quello schema potremo essere, solo, irrimediabilmente, delusi. Il film per tutta la prima parte è spassoso e fa uscire finalmente la parte ironica di Sorrentino che io trovo magnifica, e soprattutto rappresenta in maniera perfetta la tipica famiglia napoletana caratterizzata da personaggi unici ai limiti del grottesco, scherzi e battute nazional popolari che fanno ridere di un riso sguaiato e liberatorio. Abbiamo un Toni Servillo perfetto nel ruolo di padre di un giovane Sorrentino, molto diverso dal figlio, un papà sicuro uno che “sap campà” che ama la moglie ma la tradisce come da buona tradizione napoletana, che ha sempre la battuta pronta e sprona il figlio a farlo la prima volta anche con una che non gli piace, perché la prima volta “te la devi luva’ ra nanz u cazz”. La seconda parte però, quella che riguarda il dramma della famiglia del regista – i genitori, infatti, moriranno per una intossicazione da monossido di carbonio nella loro casa di Roccaraso – non è riuscita a trasportarmi emotivamente come avrei voluto, non sono riuscita ad emozionarmi come con altri suoi film. Forse la troppa vicinanza alla storia non ha dato modo a Sorrentino di creare quel distacco che per me serve e permette, probabilmente, alla forza creativa di dare il meglio di sé. Questo è un Paolo semplice, direi quasi minimalista rispetto al suo solito e a me piace quello barocco o comunque non so se sono pronta a questo cambiamento. È come se dopo anni che ami una persona, ci cresci insieme, poi una mattina ti svegli e non la riconosci più, è cambiata e tu devi capire se quel cambiamento lo puoi accettare o no. Sicuramente ho apprezzato l’eterno gioco di ambiguità in cui non si sa mai cosa sia vero e cosa sia falso perché, come dice più volte il protagonista, “la realtà non mi piace più, la realtà è scadente” e dunque si cerca sempre di fuggirla questa realtà. E nel film ci sono episodi che non si vuole far capire se siano veri o falsi e sono sicuramente le scene più alla Sorrentino e quelle che ho apprezzato maggiormente; quelle in cui la bellezza assoluta dei luoghi scelti si fonde con elementi di contrasto creando una atmosfera del tutto surreale ed onirica. In conclusione probabilmente la colpa è stata mia che ho riposto troppe aspettative in questo film e forse questo era un cambiamento, una semplificazione che Paolo doveva o voleva compiere. È come se gli volessi dire: “Paolo non sei più quello di una volta”, come si direbbe per lasciare un fidanzato in qualsiasi film romantico, “sei cambiato e io devo capire se questo tuo nuovo volto lo posso amare come il precedente, ho bisogno di una pausa di riflessione per capire se ti amo ancora”.

Nel mio cuore un posto per te ci sarà sempre, veramente non sei tu sono io.

 

 

(6 dicembre 2021)

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