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martedì, Novembre 29, 2022

Il Filo Invisibile, o la famiglia arcobaleno come tema caldo

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di Giuseppe Sciarra
La famiglia rainbow è il tema caldo degli ultimi anni, ben vengano film che affrontano questo argomento permettendo agli italiani di vedere la realtà dei fatti e di constatare che non devono temere nulla in merito alla questione: due padri o due madri (ma anche solo un padre e una madre) cosa importa in fondo? Ribadiamo ulteriormente: la famiglia deve essere un luogo di amore, rispetto e permettere ai figli di crescere e strutturarsi come persone e questo basta – poi che spesso faccia a priori danni irreversibili, quello è un altro discorso. Ma andiamo al dunque, la nostra recensione, perché quello che pensa il sottoscritto della famiglia è irrilevante ai fini dell’analisi del film, benché importante ai fini di chiarire che sono gay e non ho nulla contro la questione, anzi …

“Il filo invisibile” nonostante le buonissime intenzioni e un ottimo cast, su tutti un sempre superbo e straordinario Filippo Timi purtroppo non convince. La regia è televisiva e troppo piatta, sembrerebbe di vedere una fiction Rai modesta e non di quelle fatte bene che ultimamente imperversano sulla tv di stato (Imma Tataranni, L’amica geniale) che sono di ben altra pasta e levatura. Non c’è la ben minima creatività nella costruzione delle inquadrature e nel montaggio, tutto appare piatto e privo di personalità. Anche la fotografia non brilla particolarmente. Non aiuta la sceneggiatura.

Nonostante alcuni momenti divertenti come quello della madre della tipa che piace al figlio dei due protagonisti, interpretato dall’ottimo Francesco Gheghi, girata in modo che alla fine nn si capisca più chi sia gay e chi no, tra figli e amico di famiglia e in un gioco di fraintendimenti spassosissimo, con contorno di alcune gag tra Timi e Francesco Scianna (anche lui bravissimo) esilaranti, tutto il resto è noia, sbadiglio dietro l’angolo. In più di un momento avrei volentieri sospeso la visione del film per fare altro e questo per quanto mi riguarda è un male.

Il problema è che tutto appare un po’ artificioso, forzato. La sceneggiatura è didascalica e sembra di assistere a una lezione di politically correct dove ci viene insegnato con una spocchia involontariamente radical chic come (e quanto) essere aperti con la sessualità. La vita vera, così come i dialoghi di un film, dovrebbero essere più spontanei e non imboccati dallo sceneggiatore; le vicende di una storia dovrebbero essere mostrate con più naturalezza e aderenza alla realtà. Nel film in questione l’unica cosa che prendi davvero sul serio è l’amore per questo figlio tanto voluto da due padri gay e motivo di attrito pur di non perderne l’affetto, per il resto siamo di fronte a una sceneggiata all’italiana che scimmiotta un po’ la commedia americana e un po’ la fiction senza coinvolgere e appassionare realmente.

Il regista Marco Simon Piccioni è un ottimo documentarista. Sappiamo che si è ispirato alla sua vita per mettere in piedi questo film e gli va dato atto di essere stato tra i primi nel cinema italiano ad aver affrontato il tema dell’omogenitorialità e di questo, per la causa LGBTI, gli siamo infinitamente grati. Lo aspettiamo al varco per ulteriori prove più convincenti di questo Il Filo Invisibile.

 

(14 marzo 2022)

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