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mercoledì, Giugno 29, 2022

Parliamo di “Ultima notte a Soho”

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di Giuseppe Sciarra
Pensavo fosse amore … invece era un calesse, diceva l’omonimo film di Massimo Troisi. Mai titolo più appropriato per quegli amori travolgenti che si sgretolano dall’oggi al domani, o nell’arco di poche ore, di cui il mondo è pieno (ben più degli amori da favola che esistono spesso solo nel confortevole mondo della nostra immaginazione). Tali sbandate per altre persone che non portano a nulla, possiamo averle anche per dischi o film e spesso l’amarezza nel constatare che l’opera che abbiamo amato era solo una necessità di scorgere della bellezza altrove, suscita un certo sconforto e anche della rabbia. Nel mio caso è quello che è accaduto con “Ultima notte a Soho” del regista Edgar Wrigt, film britannico del 2021 che ho avuto modo di vedere ieri e che mi ha suscitato nell’arco di due ore di visione del film ben due reazioni.

Prima reazione/Prima ora/ Prima però vi introduco alla storia del film: Londra, la metropoli, la città oscura, dove il bene e il male vengono portati all’estremo come in ogni altra metropoli ma qui più che altrove, probabilmente per la sua lunga storia di crimini (Jack lo Squartatore non ha bisogno di presentazioni). In questa città arriva Eloise cresciuta con la nonna in una piccola contea dopo il suicidio della madre. Eloise è una ragazza con una sensibilità particolare, vive in un passato che non ha vissuto – quello della madre morta – col mito degli anni sessanta, dalla moda alla musica (la colonna sonora del film è pazzesca: The Kinks, Dusty Springfield, Peter Gordon). Eloise è una stilista ed è nella città che ha dato i natali ai peggiori/migliori mostri della nostra letteratura (Dracula, Frankestein) per aver vinto una prestigiosa borsa di studio in un’università di moda. Dopo aver lasciato il convitto in cui era stata alloggiata per divergenze con una fighetta insopportabile, va a vivere nella tetra abitazione di un’anziana signora e qui inizia ad avere degli strani sogni in cui diventa l’ombra della provocante Sandie, un’aspirante cantante in un night club londinese, molto in voga negli anni sessanta e mi fermo qui, non vi voglio spoilerare nulla. Nella prima ora “Ultima notte a Soho” è un’esplosione di idee geniali che hanno a che vedere con un tema a me molto caro, quello del doppio. Resto immediatamente affascinato dalla commistione riuscita tra thriller, horror e musical. Trovo bellissima la messa in scena, dai costumi alla sopracitata musica, alla scenografia retrò supportata da un’ottima fotografia e dei buoni effetti speciali. Tutto è perfetto. La trama intrigante. La storia si presenta come una ferocia denuncia e indagine psicologica sulle promesse non mantenute dal mondo dello spettacolo che spesso mette le donne (e non solo) nelle condizioni di prostituirsi per emergere. Poi arriva la seconda parte del film…

Seconda reazione/Seconda ora: Il film prende improvvisamente una piega banale e dozzinale. Snocciola una serie di cliché abusati e strabusati dal mondo dell’horror che più che suscitare terrore annoiano – proprio perché sono dei cliché e ce li aspettiamo. Così ogni scena e ogni trovata della sceneggiatura (partita benissimo) finisce per avere risvolti scontati che chiunque si aspetterebbe. Anche lo spettatore più ingenuo. Tutto inizia a trascinarsi con inerzia. La stessa protagonista che nella prima ora suscita molta tenerezza nella seconda parte diventa insopportabile e inutilmente nevrastenica sopra le righe. Certo la qualità della messa in scena e della fotografia restano molto alte, ma se la sceneggiatura crolla viene a mancare la storia del film e il cuore dei personaggi – quindi tutto va a farsi fottere. Un vero peccato. Ed io che credevo di trovarmi di fronte a nuovo horror alla Scappa-Get Out: lì si che la sceneggiatura mantiene le sue promesse con una storia originale e mai scontata dall’inizio alla fine, eccetto forse per il finale un po’ prevedibile ma glielo perdoniamo visto cotanto film. Qui al contrario Edgar Wright, anche sceneggiatore del film oltre che regista, non capiamo se non ha sviluppato la sua bella idea perché non voleva spremersi oltre il necessario o a causa dei veti della produzione – magari ha subito pressioni per fare un film comunque più commerciale e quindi non ha potuto sviluppare al meglio la sua critica al maschilismo e la misoginia imperanti nel mondo dello spettacolo. Chissà…

(8 gennaio 2022)

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