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domenica, Maggio 29, 2022

“The Music Lovers – L’Altra faccia dell’Amore”. Ken Russel e il suo genio in onore a Čajkovskij

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di Federica Placidi
Devo dirlo, sono di parte. Lo sono in modo vistoso e, va da sé, dichiarato. Pëtr Il’ič Čajkovskij è da me considerato il più grande tra i grandi. Il regista Ken Russell mostra con mano ferma il compositore geniale e al contempo l’uomo intrappolato in una sofferenza, talvolta autolesionista, che si porta dietro ovunque vada, come un prolungamento della sua psiche, senza mai riuscire a mettere una distanza tra sé e se stesso.

D’altronde, chiunque si avvicini alla musica di Čajkovskij percepisce che qualcosa duole. E seppur non riesca al principio a dargli un nome, quella leggera melanconia che accompagna l’ascolto è allo stesso tempo stupore e gioia e, a un certo indefinibile punto, consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa che possiamo indubitatamente definire bellezza.

Čajkovskij non riesce a liberarsi della sua personale pena, sebbene la riversi, talvolta con violenza, nelle composizioni e lo fa in modo così plateale che anche un ascoltatore di questo secolo, duro e individualista, arriva a percepire. Il visionario regista Ken Russell setta il mondo ordinario del suo film “The Music Lover – L’altra faccia dell’amore”, incentrato sulla figura del compositore russo, mostrandoci in apertura una festa sulla neve, con scivoli per slitte, bottiglie di vino rosso dal cui collo bere e risate che sovrastano la musica. È una giornata gioiosa, di quelle in cui si sente che tutto sia possibile, perfino la felicità. Ma è un inganno e lo scopriamo presto. Due scene dopo, Čajkovskij esegue il suo Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore e, a contrasto con l’entusiasmo travolgente del pubblico, il suo mentore Rubinstejn, noto pianista e compositore, lo sbeffeggia con la superiorità arrogante di chi ha il potere in mano, scimmiotta al pianoforte le prime battute del concerto, le definisce non solo banali, ma brutte, volgari e vieta l’esecuzione, pretendendo un forte rimaneggiamento.

È questo il vero mondo ordinario di Čajkovskij, almeno nella prima parte della sua vita artistica. Ma ciò a cui punta Russell non è informarci sugli eventi occorsi, ma sugli stati d’animo, la reale spinta propulsiva della musica di Čajkovskij, i co-protagonisti invadenti, che restringono a imbuto lo spazio vitale in cui rifugiarsi. Per una biografia basta Wikipedia. Per mostrare la sofferenza di un uomo dal talento smisurato serve un regista empatico, che sappia cogliere lo sguardo impigliato nell’infanzia, nel ricordo di una madre che lotta e perde contro il colera, immersa dai dottori in una vasca d’acqua bollente, che invece di curarla, la uccide.

Čajkovskij compone e nel retro della sua testa abita questo pensiero costante, queste immagini della madre bollita come un qualunque pezzo di carne, che fanno da traino e non lo abbandonano. E questa mancanza materna cerca consolazione in un carteggio fittissimo -Čajkovskij era un grafomane ossessionato- con la mecenate Nadežda Filaretovna von Meck, sua sostenitrice, colei che consente a Čajkovskij di abbandonare la cattedra al conservatorio e dedicarsi solo alla composizione. Hanno un rapporto sopra le righe, fatto di carta, quella da lettere e quella pentagrammata. La nobildonna rifugge -quasi sempre- qualunque contatto, anche visivo, ma si compiace di essere la prima a conoscere le nuove produzioni di Čajkovskij. E non è certo una relazione fisica a cui Čajkovskij anela, sereno almeno nell’aspetto della sua omosessualità. A un lettore distratto, le parole utilizzate nel ricchissimo carteggio possono sembrare quelle di due amanti. Invece sono due anime caratteristiche che si incontrano, una autoritaria e l’altra bisognosa di una spalla, di un contenitore d’affetto che mitighi il fuoco del dolore che avvelena il suo spirito.

In segno di riconoscenza, Čajkovskij dedicherà la Quarta Sinfonia a Madame von Meck, una delle sole tre donne amate nella sua vita. Ca va sans dire, la prima è stata l’adorata madre e la seconda la sorella, la quale nutrì una costante gelosia per chiunque gravitasse intorno al fratello. E intorno al fratello non solo gravita, ma acquisisce lo status di moglie Antonina Ivanovna Miljukova, una ex allieva che Čajkovskij a malapena riconosce e ricorda, la quale si dichiara con una lettera d’amore nello stesso periodo in cui Čajkovskij sta componendo l’Evgenij Onegin, nella esatta scena della lettera, in cui la protagonista sta confidando le sue sofferenze di cuore.

E il compositore, fatalista all’inverosimile come stile di vita, vede in questa corrispondenza tra la sua arte e la realtà un’indicazione da seguire. Questa lettura cieca dell’avvenimento si rivela una tragedia annunciata per l’animo già segnato di Čajkovskij, uno scivolo verso la depressione incombente. Russell dirige gli attori con appassionata drammaticità, concede largo spazio all’evento che tanta parte ha avuto nella psiche di un uomo incapace di gestire le emozioni, ma talentuoso nell’esprimerle in musica.

La mente e lo spirito di Čajkovskij non troveranno ricovero, dilaniato dall’affetto mancato della madre e dall’incapacità di gestire il dolore. Ed è in quest’aspetto che Russell eccelle. Ogni istante sereno è avvelenato dalla memoria perpetua dell’assenza materna, che nemmeno il successo e il riconoscimento alleviano. Il regista è abile nel lasciare nelle nostre bocche quel retrogusto amaro che si percepisce, ma non sempre si identifica.

L’uscita di scena di Čajkovskij è fuori dagli schemi, come tutta la sua vita, coerente con le pulsioni dolenti che sono state al contempo faro e buio di un’intera esistenza. È lui stesso, ma le versioni contrastano, a sceglierla nella scia congruente del ricordo materno. Bere un semplice bicchiere d’acqua non bollita, in quel periodo storico, siamo nel 1893, in Russia significava un’alta probabilità di contrarre il colera, la stessa malattia di cui era morta la madre.

Come vediamo, gli elementi che ruotano intorno a quest’uomo sono sempre gli stessi, insistenti e malevoli, sussurratori e diavoli. E infatti Čajkovskij beve, non tentenna, inclina addirittura la testa all’indietro per svuotare il bicchiere. Ed è così che si conclude la vita di un uomo pieno di talento e di tormento. Russell non lascia nulla all’immaginazione quando Čajkovskij subisce lo stesso trattamento della vasca piena di acqua bollente.

Due destini che combaciano, due lembi dello stesso foglio che si ricongiungono, un foglio che è arrivato a noi tramite l’enorme talento di uomo che ha usato la propria depressione per comporre pagine immortali e della quale non si è mai liberato, se non con un bicchiere d’acqua colmo fino all’orlo.

 

(4 marzo 2022)

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