di Giuseppe Sciarra
Orso d’argento per la sceneggiatura a un festival di Berlino di qualche anno fa, il terzo lungometraggio del regista polacco Tomasz Wasilewski è un’opera d’arte e in quanto tale non è per il grande pubblico come tutto quel cinema autoriale che se ne frega di assecondare i desideri, il puro voyeurismo e le aspettative di chi va al cinema cercando degli schemi preconfezionati, dal ritmo che non deve mai essere troppo lento ai dialoghi che se sono serrati è meglio perché così non annoiano mai lo spettatore – anche se a me certe pellicole prolisse incitano a più di uno sbadiglio se non dicono nulla di sensato.
“L’Orchestra Stonata”, un gioiellino che commuove
di Ennio Trinelli Ho ritrovato questo gioiellino del 2024 che avevo colpevolmente perso, in uno dei tanti cineforum... →
“Le donne e il desiderio” è uno di quei film che vedi nei festival e che non faranno mai grandi incassi, in quanto film autoriali con una loro identità e dei loro codici ben diversi dal cinema mainstrem – non so perché sto facendo lo spiegone di una cosa che chi ama il cinema bello sa ma scriverò questa recensione in maniera disordinata alternando ovvietà a intuizioni si spera più originali perché questo è il mood della scrittura di oggi.
Il film vede protagoniste quattro donne nella Polonia del 1990, post crollo regime sovietico (speriamo che non ritorni visti i tragici accadimenti dell’ultimo periodo, ndr.). Donne che il regime comunista ha soffocato, represso e che adesso avrebbero in teoria la possibilità di rinascere. Ma dopo anni di privazioni e di divieti, la rinascita sarà effettivamente possibile? A quanto pare no vedendo l’eroine di Wasilewski che si accontenteranno della clandestinità e di accettere la violenza, pur di amare e di vivere, come nel caso di una delle protagoniste, o che vivranno male l’incontro con l’occidente, interiorizzando i miti cinematografici e televisivi di questo nuovo mondo, in questo caso Uccelli di rovo, con la volontò di autodistruggersi in un amore impossibile per dare senso a una vita scialba – un’altra delle protagoniste con marito e figlia al seguito si infatuerà non ricambiata di un giovane parroco vivendo il suo desiderio col tormento di chi pecca e trasgredisce (più che il proprio matrimonio) le leggi e i divieti di una nazione.
La visione di Wasilewski è pessimista, terribile, cupa come la sua fotografia desaturata all’inizio della pellicola e che man mano si riapproprierà dei colori, anche se sono colori grigi, spenti, immersi in un paesaggio triste, fatto di casermoni, rigore, spettralità, un posto cimiteriale dove i vivi sono morti, defunti ancor prima di spirare a miglior vita.
L’ultimo Vitali nella commedia di Andrea D’Emilio
di Ghita Gradita Il nuovo film di Andrea D’Emilio, Dodo e la Principessa, è una commedia frizzante e spensierata... →
Con uno stile che alterna macchina fissa a mano, campi medi e lunghi, in cui il corpo nudo è mostrato nella sua tragicità e nella sua assenza e il sesso e i sentimenti vissuti da lontano – nei rapporti di intimità vengono usati spesso totali e i protagonisti sono ben distanziati dall’obiettivo come a non volerci rendere partecipi di manifestazioni sentimentali che hanno difficoltà a concretizzarsi. Invece quando le protagoniste sono sole con se stesse e la loro disperazione, la macchina da presa è vicinissima a loro, le vediamo in drammatici primissimi piani, a volte di spalle. Anche la narrazione è bislacca e farebbe infuriare chi è assuefatto al cinema mainstream. Le vicende delle protagoniste non hanno una risoluzione e restano troncate, non c’è un finale alla loro disperazione, sembra quasi che il regista ci voglia dire che i suoi personaggi rimarranno per sempre sospesi in un limbo, quello di una dittatura che vuole tutti sullo stesso piano perché l’appagamento di se stessi è pericoloso (rischi di scoprire chi sei e al potere questo non piace).
(20 marzo 2022)
©gaiaitalia.com 2022 – diritti riservati, riproduzione vietata