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giovedì, Agosto 18, 2022

“Una Femmina” è un film che inchioda il patriarcato fascistoide al suo medioevo oscurantista

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di Giuseppe Sciarra
Un debutto eccellente quello del regista calabrese Francesco Costabile, la sua opera prima presentata allo scorso festival di Berlino, “Una femmina” inchioda l’ego maschile dei padri padroni italioti facendolo a brandelli con una storia nel cui cinismo e il malaffare di un patriarcato mafioso e violento devono cedere il passo alla figura di una donna temeraria, temprata da una forza interiore prorompente, quasi di natura divina. Ultimamente la tragedia greca incombe con i suoi archetipi e i suoi codici nel cinema italiano più autoriale e raffinato con risultati sopraffini (vedi Nostalgia di Mario Martone).

La protagonista di questo sorprendente film nostrano, Rosa (interpretata da una superlativa Lina Siciliano), è figlia della malavita di un paese della Calabria senza regole se non quelle enunciate dai malavitosi del posto. Rosa è di una sensualità felina, esaltata da una carnagione olivastra e arabesca quasi animalesca che trasuda sesso e innocenza, incorniciata da uno sguardo duro e severo ma al contempo tenero che suggerisce allo spettatore di volta in volta i suoi propositi di vendetta (e giustizia) verso uno zio padre padrone, colpevole di aver ucciso la madre di Rosa con la complicità della nonna, uccisa perché rea di aver trasgredito andando contro le ferree leggi patriarcali.

Rosa è un po’ Amleto e un po’ Elettra, uccide lo zio che ha ammazzato la prole e ripudia la madre di sua madre per esserne stata complice, accettando la maledizione della sua famiglia e cercando una via di fuga diversa rispetto a quella materna senza rinnegare se stessa né le sue origini, incorporandole in qualcosa di nuovo e diverso.

“Una femmina” è un grande esempio di cinema italiano, la cui narrazione in dialetto calabrese e le immagini di un paese del meridione fermo al dopo guerra (e forse anche ad anni ancora più remoti, dei primi del novecento, con le sue case diroccate e vecchie, isolate, dove la gente è nascosta come topi e in cui tra i cimiteri e le abitazioni dei cosiddetti viventi intercorre poca differenza), sono alternate a una regia onirica e distopica – interessante l’uso della messa a fuoco iniziale dove le immagini e i volti dei protagonisti non sono ben delineati o lo sono solo in parte.

La Calabria del film diventa così un’Italia spettrale, abbandonata a se stessa, in un passato borbonico dove non si scorge più nulla che non siano la miseria e la disperazione del presente. Rosa è il futuro come dice il titolo di un film non indispensabile del grande maestro Marco Ferreri, “Il futuro è donna”. Le donne come Rosa generano e uccidono, hanno potere sui vivi e sui morti, fanno paura, perché sono donne forti che non hanno bisogno di un uomo per dare senso a se stesse e come se fossero delle moderne amazzoni  vivono di vita propria perché libere e combattive.

Chissà se sia stato questo il motivo a far decidere a chi pretende di essere al di là del bene e del male cosa è giusto e cosa è sbagliato (senza poterselo permettere) di vietare il film ai minori di quattordici anni. Non sia mai che Rosa diventi un’eroina per le ragazze e le svegli da un torpore in cui la disparità di genere è ancora la norma a cui loro devono ribellarsi a costo di morire.

 

(3 luglio 2022)

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